Presenza e assenza: il terapeuta.

April 26, 2017

Nelle opere di Magritte, rigorose dal punto di vista della riproduzione precisa e minuziosa del reale, un elemento irrompe inaspettato: immagini e parole si distanziano, immagini distanti tra loro si incontrano (il volto di un uomo è coperto da una mela verde), il linguaggio perde la sua funzione descrittiva (l’immagine di una pipa riporta il titolo “questa non è una pipa”), l’immagine assume una prospettiva paradossale (dove un cavalletto e una cornice mostrano un paesaggio che è allo stesso tempo anche quello che vediamo dalla finestra aperta retrostante).

L’accostamento irrazionale, illogico, paradossale, incrina il senso di realtà dato dalla minuziosità dell’esecuzione formale e sposta la nostra attenzione su una dimensione altra, misteriosa, di inquietudine che ci porta inevitabilmente all’interno di un tentativo di rielaborazione che non può più seguire le strade della logica lineare; l’immagine non rappresenta ciò che sembra voler rappresentare, è come se tra mente e occhio ci fosse un continuo rimando alla ricerca del senso finchè non emerge un terzo modo di leggere l’immagine percepita che sovverte l’ordine naturale e si comincia a cercare un senso dall’interno. In questa ricerca di senso scopriamo infatti che ciò che conta non sono gli oggetti in sé, né come oggetti reali, né come simboli; quello che dà emozione e rende senso è infatti la relazione tra i due termini, le due figure accostate.

In ciascuno di noi la metafora dell’immagine assume il suo senso legandosi ai nostri vissuti, alle nostre esperienze, al nostro personale modo di interpretare la realtà che stiamo percependo. Si tratta di un’emozione che si esprime sul piano soggettivo: la sorpresa genera uno spazio di “latenza” all’interno del quale si l’enigma rende l’osservatore partecipante attivo nella ricerca di nuove categorie associative.

 

 

Il Terapeuta di Magritte rappresenta un esempio del concetto di immagine artistica come metafora.

L’esecuzione formale è molto realistica ma il soggetto rappresentato in realtà sembra esistere solo in virtù delle forme che intuiamo attraverso i vestiti. Allo stesso tempo però se pensavamo che sotto il mantello ci fosse un uomo, restiamo perplessi nel constatare che, aperto il mantello, appare una gabbia con degli uccelli…dov’è il corpo del terapeuta? Allora cerchiamo il suo volto ma esso non è rappresentato… cominciamo a percorrere l’immagine avanti e indietro alla ricerca di una logica che in realtà non esiste, questa immagine non rientra in nessuna delle categorie mentali che già possediamo…quando abbiamo compreso l’impossibilità di comprendere secondo la logica lineare e non ci diamo per vinti ecco che cominciamo a provare un senso di inquietudine: le nostre certezze vengono meno e se vogliamo provare a capire ci tocca addentrarci in un territorio diverso, interiore, nel nostro personale mondo di significati.

Io stessa prima di provare ad attribuire un senso all’immagine ho cercato invano di trovare qualche spiegazione già data, qualche accademico che mi spiegasse cosa dovevo trovare… poi ho lasciato andare, ho spento l’interruttore dell’insicurezza e ho cominciato a farmi delle domande. Ed ecco che lentamente affiora la possibilità che l’immagine si trasformi in metafora, poco importa cosa vedono gli altri, quello che capirò sarà legato al mio personale modo di vedere il mondo e forse Magritte me ne suggerirà uno nuovo attraverso gli elementi rappresentati nel quadro.

L’uomo è “persona” e “fantasma”, presenza e assenza, ha una borsa da viaggiatore ma sembra fermo in attesa…Perché si chiama “terapeuta”? a quale concetto di terapeuticità mi riporta?

E gli uccelli? sono in gabbia ma la gabbia è aperta per cui possono uscire…eppure sembrano immobili, uno sta per uscire (o per entrare), l’altro è dentro e forse vorrebbe uscire…

Il paesaggio intorno non è quello di uno studio di un terapeuta, è aperto, sembra un litorale del mediterraneo…ecco posso quasi percepire gli odori, mi immergo nel ricordo delle passeggiate estive verso le spiagge, odore di mirto, di timo selvatico, silenzio, fatica ma anche gusto del camminare sotto il sole…

Alcuni elementi mi portano a riflettere su dei concetti che già ho in mente ma che si inseguono in una catena associativa che è un dialogo tra immagine e pensiero: allora la terapia diventa un viaggio  (ecco il sacco che il terapeuta porta con sé), il terapeuta accompagna il  paziente nel suo viaggio interiore, ha un bastone, un appoggio per non cadere sulla strada (la teoria? La tecnica?) un oggetto che dà sostegno, anche lui ha bisogno di essere sostenuto…

gli uccelli sono due…la terapia è una relazione a due, due persone stanno in uno stesso luogo, in uno stesso stato di ricerca e di attesa, uno mostra all’altro che esiste la possibilità di uscire dalla gabbia, lo aspetta…il senso di immobilità è apparente, il terapeuta è seduto come se stesse riposando per poi ripartire, è un uomo senza volto e senza corpo, allora forse è universale, può essere chiunque, la figura è massiccia, il suo corpo-non corpo occupa tutto lo spazio del quadro, è presenza e assenza allo stesso tempo…il terapeuta nel rapporto col paziente è presente, ha una forma ma non rivela nulla di sé al di fuori di quello che il paziente può vedere o intuire dalle forme che prende il mantello… è oggetto di proiezioni, io posso immaginare il suo volto ma non lo vedo realmente...posso immaginare di entrare o uscire dalla gabbia che posso pensare come rifugio (è dentro il terapeuta) o come luogo da cui fuggire (è pur sempre un limite alla mia libertà). Forse la gabbia è il sintomo, se posso uscirne potrò volare nel cielo azzurro e allora forse vedrò il terapeuta alzarsi per andare in un altro luogo, in un’altra relazione…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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